Letteratura

“Babbo, lo sai qual è stata la scoperta più sconvolgente della vita?” “Dimmi” “Quando ho scoperto che la nonna era anche la la tua mamma”.

Da Caos Calmo, citato a braccio (il film, il libro è nella lista dei libri da leggere).

Questo scambio di battute concentra in sé l’essenza della letteratura.

Chiunque ha un figlio sa bene quanto sia sconvolgente per un bambino scoprire questa relazione, che per noi adulti è banalmente ovvia.

Rendersi conto che la propria nonna è anche la mamma dei suoi genitori turba un bambino su vari piani: non solo lo costringe a mettere in pratica un bel po’ di logica, a scoprire la proprietà transitiva delle relazioni parentali, e la non univocità delle medesime, ma soprattutto mette in crisi il suo innato egocentrismo. Se la nonna è anche la mamma del babbo, la nonna vuole molto bene al babbo, e il babbo vuole molto bene a lei. Loro non vogliono bene solo a lui, il bambino non è l’unico centro dei loro affetti. Esistono molti centri, molti affetti, molte relazioni. Questa, insieme ad altre scoperte analaloghe, aiuta il bambino a rendersi conto che nel mondo non esiste solo un io, e al massimo un tu, ma anche un noi, e, cosa peggiore di tutti, un loro.

La frase che ho citato è però al contempo profondamente inverosimile.
Nessun bambino pronuncerà mai una frase simile, trattandosi di una consapevolezza acquisita quando si è molto piccoli, e non in un momento preciso, ma in un lasso di tempo più o meno lungo. Soprattutto, il ragionare sul come e il quando di tali scoperte non è del bambino, ma di una mente molto più adulta, auto-riflessiva.

Proprio in questo sta la potenza della letteratura.
Nel riuscire ad estrapolare il nocciolo di una verità profonda, ma non ovvia, da tutta una serie di accidenti che non sono funzionali a quella verità, che non servono a comprenderla, anche se magari servirebbero a comprendere meglio altri aspetti della mente di un bambino, aspetti che però in quel momento non era interesse dell’autore mettere in luce.
Nel fregarsene del verosimile, per puntare al vero. Dove il vero è spesso il vero delle emozioni e dei sentimenti, ma altrettanto spesso è quello della storia, dei movimenti culturali e sociali, della vita.
È questo quello che distingue la letteratura dall’autobiografia, dal diario, dallo scrivere per sé.

È in questi dettagli che si intravede il lavoro dello scrittore, che deve essere dentro le cose per comprenderle, renderle proprie, ma anche ad una certa distanza, per poterle guardare da lontano, enucleare, vederle a 360 gradi per poterle rendere vere per tutti, e non solo per se stesso. Un ruolo scomodo quello dello scrittore, che è sempre altrove. Un apolide costretto a conoscere la propria patria come le sue tasche.

Più consapevolezza, meno progettualità

Un collega che si è trasferito qui da poco, e ha lasciato nella sua città la compagna e il figlio appena nato, mi ferma oggi perché ha chiaramente bisogno di sfogarsi.

Lo ascolto esprimere le sue preoccupazioni. La compagna sta traccheggiando a trasferirsi anche lei qui, chissà se le piacerà la casa che lui ha preso, per lei è difficile trovarsi in una città che non conosce con un bambino piccolo, come farà a costruirsi la sua strada…

Tutte preoccupazioni lecite, comprensibilissime. Ma nei suoi occhi preoccupati leggo altro, leggo l’ansia di aver ipotecato il futuro della compagna, il suo progetto di vita, il sentirsi addosso la responsabilità di aver scelto per tutti e due.

Tecnicamente è stato così. Scaduto il suo contratto a progetto nella città dove abitavano, lui ha trovato lavoro qui, nel frattempo è arrivato un figlio.

È difficile per una donna trovare un lavoro, soprattutto se ha dei figli piccoli. All’inizio i lavori sono precari, e se non mancano le reti di supporto familiare finisce che spesso quei lavori li perde, perché c’è l’inserimento al nido, e poi oggi il bambino si ammala, magari fra una settimana è di nuovo a casa per le vacanze di Pasqua. Chi ci sta a casa con quel bambino? Un po’ la madre un po’ il padre. Magari una settimana vengono su i nonni. Ma alla fine chi è più fragile, chi ha un lavoro precario, è a forte rischio di rimanere senza. 
E questo è un dato oggettivo. E insopportabile. Che racconta di una società precaria ma non flessibile, in cui manca totalmente quella flessibilità di cui avrebbero bisogno le persone per mettere assieme i diversi pezzi delle proprie vite.

Ma continuo a sentire una nota stonata. La nota stonata è che in queste narrazioni manca sempre più il noi e prevale l’io. A livello macro, come a livello micro. Anche nella vita quotidiana delle persone.

Ormai quasi nessuno riesce ad evitare di porsi degli obiettivi individuali. Sembra che non sia più dignitoso vivere, certo con impegno e serietà, ma nella consapevolezza che la stragrande maggioranza delle scelte che faremo non saranno scelte ma occasioni colte o non colte, che spesso i sentieri, per quanto tortuosi, saranno obbligati. Ognuno crede davvero di essere faber fortunae suae in tutto e per tutto.
Diventa molto difficile inserire un altro essere umano in questo complesso puzzle di volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Un altro che a sua volta avrà volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Figuriamoci poi molti altri.

Il peso delle nostre scelte diventa a volte insopportabile, perché su quella scelta pesano anche tutte le possibili implicazioni che potrà avere sul nostro destino e su quello delle persone che ne saranno coinvolte. È troppo.

I progetti di vita, che si presentano come armi per la liberazione e l’auto-affermazione, mi sembrano sempre più gabbie che ci impediscono di vivere quel mix di consapevolezza e leggerezza che solo può far apprezzare ciò che stiamo vivendo adesso, assieme a chi lo vive con noi. Ci impediscono di guardare il mondo per quello che è, e non per le sue potenzialità, alla fien ci tolgono la libertà.

Se c’è una parola che non sopporto più è progetto.

Sul comodino

Alcuni sul comodino ci sono già, altri sono su quello del marito, altri vanno comprati

  • Il secolo breve - Hobbsbawn 
  • Il sopravvissuto - Scurati
  • Cos’è la globalizzazione - Beck
  • La società globale del rischio - Beck
  • Caos calmo - Veronesi
  • La banalità del male - Arendt
  • Vita activa - Arendt
  • Il calice e la spada - Eisler
  • Obbedienza all’autorità. Uno sguardo sperimentale - Milgram
  • Nonluoghi - Auge
  • Leggere Lolita a Teheran - Nafisi
  • Diario di scuola - Pennac
  • L’ospite inquietante - Galimberti
  • Il gesto di Ettore - Zoja
  • Raising a family. Living on planet parenthood - Elium & Elium
  • Cara creatura - Roveredo

8 marzo

Al corteo non c’era tanta gente, si respirava un clima un po’ malinconico.

Però c’erano molte ragazze. La maggior parte di loro era magra. Troppo magre. Mi ha fatto impressione. Si parla di riappropriazione del corpo femminile e poi vedi tante ragazze a cui non appartiene il corpo che si portano dietro. Se fosse loro, non sarebbero così magre.

Mi hanno messo più allegria le cinquanta-sessantenni, con sorrisi a trentadue denti, chiaramente felici di (ri)trovarsi lì.

A Roma c’è stata la manifestazione unitaria dei sindacati. C’erano molte donne. Non quelle dell’assemblea delle femministe e lesbiche, che hanno deciso di non partecipare. È tutto molto logico e coerente e giusto.
Io però se avessi potuto, sarei andata alla manifestazione del sindacato di oggi. Perché credo sia importante anche farsi contare (alla fin fine le manifestazioni si fanno soprattutto per quello). Perché se è vero che nel sindacato dominano atteggiamenti maschilisti e omofobici - cavoli se è vero! è verissimo anzi- è anche vero che nel sindacato si fanno cose.

È il sindacato a fare gli accordi di secondo livello nelle aziende, che possono tenere conto che esistono il soffitto di cristallo e le discriminazioni di genere sui luoghi di lavoro, è il sindacato che è presente nei luoghi di lavoro, così poveri di elementi di auto-organizzazione collettiva; nel sindacato si parla di donne. Forse non abbastanza, forse non nel modo giusto, ma se ne parla.
Questo tenersi sempre e comunque fuori in nome di una purezza di principi mi lascia perplessa.

Sebben che siamo donne, paura non abbiamo…

Per amor dei nostri figli in lega ci mettiamo…

Liberadonna

Io ho firmato. E tu?

Analisi logica

Viviamo in un mondo che ci porta a cercare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche.

È un’affermazione apodittica, ma ci dà, eccome se ci dà. D’altronde l’ha tirata fuori Ulrich Beck, uno che di queste faccende se ne intende. È un’affermazione ma anche una contraddizione essa stessa, perché se le contraddizioni sono sistemiche, hai voglia te a cercare soluzioni biografiche… Non c’è verso di trovarle. La sottigliezza sta anche qui, cercare, non trovare.

Mi piacerebbe vivere in un mondo parallelo, dove i problemi collettivi fossero affrontati collettivamente, e afferissero alla dimensione politica, mi sentirei più leggera, sicuramente più entusiasta.
Ma qui sono, questo è il mio tempo, questo il mio mondo e non potevo che scivolare inesorabilmente verso l’autobiografia. Un blog.

Che poi un blog non è nemmeno uno straccio di soluzione. Semmai un tentativo di analisi. Nell’analisi ci sguazzo. Nella sintesi un po’ meno, ma la perfezione non è di questo mondo. La perfezione scatena l’invidia degli dei. Nonostante abbia poco a che spartire con gli abitanti del piano di sopra , meglio non innervosirli.

Dunque un blog. Quanti ce ne sono? Se ne sentiva la necessità? No di certo. Forse la sentivo io.
In realtà volevo capire come si fa, come funziona l’oggetto, tutta questa bella tecnologia.

Soprattutto volevo un bloc-notes dove annotare riflessioni, spunti, letture sparse, citazioni, link…
Quel qualcosa che un giorno potrebbe servire a qualcosa ma se non me lo segno poi come faccio a trovarlo. 
Come quei libretti neri dove le persone intelligenti appuntano tutto, pure la lista della spesa.
Io però passo molto più tempo al computer che in giro, ho disimparato a scrivere a mano, ormai ho una pessima calligrafia, e questo strumento mi è molto più comodo.

La costanza non è il mio forte. Vedremo.


del.icio.us