Più consapevolezza, meno progettualità

Un collega che si è trasferito qui da poco, e ha lasciato nella sua città la compagna e il figlio appena nato, mi ferma oggi perché ha chiaramente bisogno di sfogarsi.

Lo ascolto esprimere le sue preoccupazioni. La compagna sta traccheggiando a trasferirsi anche lei qui, chissà se le piacerà la casa che lui ha preso, per lei è difficile trovarsi in una città che non conosce con un bambino piccolo, come farà a costruirsi la sua strada…

Tutte preoccupazioni lecite, comprensibilissime. Ma nei suoi occhi preoccupati leggo altro, leggo l’ansia di aver ipotecato il futuro della compagna, il suo progetto di vita, il sentirsi addosso la responsabilità di aver scelto per tutti e due.

Tecnicamente è stato così. Scaduto il suo contratto a progetto nella città dove abitavano, lui ha trovato lavoro qui, nel frattempo è arrivato un figlio.

È difficile per una donna trovare un lavoro, soprattutto se ha dei figli piccoli. All’inizio i lavori sono precari, e se mancano le reti di supporto familiare finisce che spesso quei lavori li perde, perché c’è l’inserimento al nido, e poi oggi il bambino si ammala, magari fra una settimana è di nuovo a casa per le vacanze di Pasqua. Chi ci sta a casa con quel bambino? Un po’ la madre un po’ il padre. Magari una settimana vengono su i nonni. Ma alla fine chi è professionalmente più fragile è a forte rischio di rimanere a piedi. 
E questo è un dato oggettivo. E insopportabile. Che racconta di una società precaria ma non elastica, in cui manca totalmente quella flessibilità di cui avrebbero bisogno le persone per mettere assieme i diversi pezzi delle proprie vite.

Ma continuo a sentire una nota stonata. La nota stonata è che in queste narrazioni manca sempre più il noi e prevale l’io. A livello macro, come a livello micro. Anche nella vita quotidiana delle persone.

Ormai quasi nessuno riesce ad evitare di porsi degli obiettivi individuali. Sembra che non sia più dignitoso vivere, certo con impegno e serietà, ma nella consapevolezza che la stragrande maggioranza delle scelte che faremo non saranno scelte ma occasioni colte o non colte, che spesso i sentieri, per quanto tortuosi, saranno obbligati. Ognuno crede davvero di essere faber fortunae suae in tutto e per tutto.
Diventa molto difficile inserire un altro essere umano in questo complesso puzzle di volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Un altro che a sua volta avrà volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Figuriamoci poi molti altri.

Il peso delle nostre scelte diventa a volte insopportabile, perché su quella scelta pesano anche tutte le possibili implicazioni che potrà avere sul nostro destino e su quello delle persone che ne saranno coinvolte. È troppo.

I progetti di vita, che si presentano come armi per la liberazione e l’auto-affermazione, mi sembrano sempre più gabbie che ci impediscono di vivere quel mix di consapevolezza e leggerezza che solo può far apprezzare ciò che stiamo vivendo adesso, assieme a chi lo vive con noi. Ci impediscono di guardare il mondo per quello che è, e non per le sue potenzialità, alla fien ci tolgono la libertà.

Se c’è una parola che non sopporto più è progetto.

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