Fallimenti

L’ultima volta che sono stata in classe di L., gli ho messo un rapporto. Non può starsene tutta l’ora a fare il buffone, tirare enormi palle di carta, rovesciare una bottiglia d’acqua sul banco dietro, chiacchierare con il compagno di banco… e con quello all’angolo opposto della classe. Non mi piacciono i rapporti, ma l’alternativa era buttarlo fuori di classe. E per lui sarebbe stato un regalo, non una punizione.

L. continua a fare confusione disturbando la lezione e distraendo i compagni, e non smette malgrado i ripetuti richiami da parte dell’insegnante.

L. non ha voglia di fare niente. Alla prima verifica scritta, a novembre, era convinto fin dal primo minuto di consegnare il compito in bianco, gli sono stata vicino per tutta l’ora e alla fine mi ha consegnato qualcosa se non proprio sufficiente almeno passabile. Le successive verifiche sono state un disastro.

L. è totalmente demotivato verso la scuola. Non ci prova nemmeno a fare qualcosa, così almeno può credere di andare disastrosamente non perché è zuccone ma perché non fa un fico secco. E in effetti zuccone zuccone non è, uno zuccone medio. Ma con un’autostima sotto i piedi.

Dopo la lezione ho parlato con L., che ha dichiarato di aspettare a gloria il compimento dei sedici anni per poter andare a lavorare. Con il suo babbo, nel campo, che gli piace molto di più rispetto a venire a scuola. Sarà vero? Sarà un’autodifesa? Propendo per la seconda ipotesi.

L. ha preso un tot di rapporti, in questo primo quadrimestre. È pure riuscito a farsi dare tre giorni di sospensione. Diciamo che se c’è una cosa in cui mette impegno e determinazione, è cercare di farsi buttare fuori.

Certo che così mi sembra di avere tutte le armi spuntate. Sento di non poter fare niente per L., e al contempo sono contenta, lo ammetto, quando fa forca, almeno il clima nella classe diventa più gestibile.

Il tutto somiglia a un fallimento, e mi fa sentire un buco in fondo allo stomaco. Magari col tempo mi abituerò. Imparerò a trattare gli innumerevoli L. che incontrerò sul mio cammino in modo più efficace, ma soprattutto imparerò a non starci male.

Mi sembra che fare l’insegnante sia un po’ come fare il medico, solo che non è facile capire come “curare” gli allievi che hanno bisogno di noi. Alla fine io insegno solo per quelli che sono in grado di cavarsela da soli. Non è una bella sensazione.

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