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L’oroscopo del libero arbitrio

Adoro l’oroscopo di Brezny, l’oroscopo del libero arbitrio, come lo definisce lo stesso autore.

Credo amarlo sia cosa un po’ progressista e di sinistra, una specie di crisma di riconoscimento fra certe persone. E questo mi innervosirebbe un po’, perché è tutta la vita che lotto contro potenziali derive radical-chic. Lotto strenuamente, con atti e con parole, con vestiti, con scelte di vita. Però a volte si deve cedere. Se è radical-chic, che sia. A Brezny non rinuncio. Soprattutto questa settimana.

Il pittore spagnolo Francisco Goya intitolò una delle sue acqueforti El sueño de la razón produce monstruos, che può essere tradotto in due modi: “Il sonno della ragione genera mostri” o “Il sogno della ragione genera mostri”. La prima traduzione fa pensare che se mettiamo a dormire la nostra ragione, rischiamo di fare qualcosa di folle. La seconda implica che se ci affidiamo troppo alla nostra ragione, quella diventa così arrogante da sottovalutare le emozioni e distorcere la fantasia. In questo momento, Gemelli, sei più propenso a fare la prima cosa ma è importante che tu faccia attenzione a entrambe. Puoi uscire dal tuo stato di sofferenza solo se usi la ragione nella giusta misura: non troppo né troppo poco.

Questo me lo devo scrivere sul muro di fronte al letto.

Colleghe

Alla nuova scuola ho una collega stronza.

Mi dispiace perché porta lo straccetto di laicità (per maggiori informazioni, qui), perché ha attaccato sul suo cassetto un adesivo contro il maestro unico, perché sembra brava e competente. Ma purtroppo questi inequivocabili pregi non intaccano nemmeno minimamente il suo essere stronza.

Che si esplica in un atteggiamento supponente e altezzoso, nella fretta nel rispondere quasi non avesse voglia di perdere tempo con me, nelle risposte acide e aggressive di fronte a qualunque tentativo di socializzazione da parte mia, che pure non posso fare a meno di parlare con lei visto che è coordinatrice in una delle mie classi, nell’immancabile “Quando ci sono io in classe non succede niente di tutto questo”. Quest’ultima poi è una di quelle frasi che mi fanno imbestialire. “Lo immagino che non succeda, sei un’insegnante con anni di esperienza sulle spalle, sarebbe grave se succedesse anche a te… ”

Certo, c’è in questa situazione, sicuramente l’inesperienza mia e il fastidio di trovarmi a 43 anni suonati, con più di dieci anni di esperienza lavorativa alle spalle (purtroppo in un altro settore…), nei cenci che ormai mi sono scomodissimi della neofita. Senza nemmeno più la fortuna del neofita, che ho consumato tutta l’anno scorso quando mi assegnarono una sede a cinquanta metri da casa (e quest’anno pago pegno, visto che la sede è a trenta chilometri da casa…).

Però c’è anche quella supponenza, purtroppo tipica della sinistra, dell’avere la verità in tasca, che porta certi soggetti, pur dotati di un’apparente solida cultura democratica, a non essere assolutamente disponibili al dialogo e allo scambio. Se non sai metterti in relazione non giudicante verso il prossimo, alla fine la verità in tasca serve a poco, perché non viene condivisa. Ecco, questa collega è un po’ così, e mi dispiace.

Invece ho un’altra collega carinissima. Anche lei di sinistra, un po’ militante, ma che milita anche i genitori anziani, i figli, e la vita quotidiana. È disponibile, comunicativa, ascolta e si mette in relazione. Seria e competente, sempre pronta ad aggiornarsi, ma senza supponenza. Mi porta articoli di didattica e la abbraccerei per questo, perché ha colto i miei bisogni e mi viene incontro in un modo lieve. Anche lei è coordinatrice in una delle mie classi. Per fortuna.

Poi ci sono quelle che hanno gettato la spugna, e lavorano scoglionate e con fatica,  in apnea dal giorno libero alla domenica. Spero di non diventare mai come loro, anche se spesso penso che potrebbe essere il mio destino.

Degli uomini parlerò un’altra volta.

Così, un post leggero per questo inizio d’anno.

Alienazione post-moderna

Non riesco a capacitarmi di come faccia, malgrado il periodo schifosissimo, nel quale ci sarebbe da incavolarsi di brutto da mane a sera, ad essere così vergognosamente disimpegnata.

Erano anni che non passavo un periodo così: non leggo i giornali, non ascolto la radio, non guardo nemmeno repubblica online.  Le cose mi passano attorno senza toccarmi.

Ha a che fare con il lavoro e con la rete. Mi distraggono.

Dovrei navigare di meno, leggere di più e soprattutto pensare di più.

Sguardi

I miei figli crescono, e parlano sempre di più. Anche mia figlia parla tanto, ed è per me un piccolo miracolo. Parlano dei giochi, dei compagni di scuola, dei compiti, di quello che è loro piaciuto nella giornata.

Guardo gli occhi degli adolescenti che ho davanti in classe, e mi trovo a pensare che fra un po’ di tempo, ma non tanto, anche i miei figli guarderanno il mondo con gli stessi occhi. Temo molto quel momento, e spesso mi domando cosa fare per aiutarli a vivere bene quel passaggio, che poi è IL passaggio della vita, quello che a seconda di come ci sei passato la tua vita girerà da una parte o dall’altra.

Sguardi assenti, vispi, curiosi o annoiati. Sguardi ingenui e scafati. Sguardi che vorrebbero essere grandi ma non sanno bene cosa fare, e nemmeno io a dire il vero, a più di quarant’anni, so cosa fare.

L’inizio dell’anno scolastico è un momento magico, di grandi fatiche ma anche di grandi scoperte e annusamenti.

Tutto sommato, anche se non ci sono per niente tagliata, sono contenta di fare questo lavoro.

Primo giorno di scuola… per tutti

Domani ricomincia la scuola. Per me e per i miei figli.

Per il piccolo a dire il vero comincia in tutto e per tutto: prima elementare…
È teso come una corda di violino. Sotto la doccia stasera mi sussurra a mezza voce “Mamma, sono molto preoccupato per domani: io ancora non so scrivere…” e così siamo partite, io e la sorella grande, che son giorni che fa davvero la grande, a rassicurare, che a scuola ci si va per imparare, che se si sapesse già tutto a scuola ci si annoierebbe, e così via…
Non so mica se abbiamo fatto bene. Le sue erano ansie soprattutto da accogliere, da ascoltare, forse non avevano bisogno di rassicurazioni. Che poi le rassicurazioni se l’è costruite a suo modo: ad esempio contando fino a 150… “Se non so scrivere, almeno con i numeri me la cavo” deve aver pensato. E così è crollato nel regno dei sogni più sereno.

Queste giornate convulse, accanto a un figlio in totale panico, mi hanno fatto ricordare i miei primi giorni: la sera prima non riuscivo mai a dormire, e questo è accaduto non solo alle elementari, ma ogni anno, fino alla maturità. E dire che per me andare a scuola non era una sofferenza, ma un piacere…  

Così mi sento un po’ più ben disposta verso i miei studenti, che vedrò domani per la prima volta: forse anche qualcuno di loro stasera ha fatto fatica a prendere sonno, molti cominceranno l’anno nuovo con un pizzico d’ansia su ciò che li aspetta (quelli delle prime sicuramente), altri avranno timore che non li aspetti niente di nuovo… I quasi due mesi di vacanza non mi hanno resa folle, so bene che la maggior parte di loro vive il primo giorno di scuola in modo del tutto sereno, al limite del disinteresse totale, ma è il mio stato d’animo che è molto migliore rispetto a quello di un anno fa. Sono meno impaurita, e più propensa all’empatia verso le belve, e mi pare una disposizione d’animo più giusta.

Buoni propositi:

  • mettere in chiaro fin da subito quali sono le regole da rispettare (le solite poche ma buone)
  • esigere con costanza e coerenza che le rispettino, soprattutto i primi tempi
  • non farsi impietosire, che per quello c’è sempre tempo agli scrutini di giugno
  • ascoltarli più di quanto mi verrebbe naturale
  • essere paziente e non urlare
  • cercare di rendere le lezioni meno noiose e più coinvolgenti
  • puntare i riflettori su loro che imparano, più che su di me che insegno
  • andare a dormire presto la sera, visto che mi hanno affibbiato una sede lontana da casa e la mattina mi toccherà di partire ad orari veramente antelucani

Intanto ho già cominciato male, e non mi sono preparata niente di preciso per domani.

E dire che è nei primi giorni di scuola che si gioca tutto l’anno scolastico…

In spiaggia dalle otto alle dieci si, ma il seggiolino?

Non ci sono mai riuscita. Nemmeno quando avevo una figlia sola. Nemmeno a casa da mia suocera, che ci accudisce come una perfetta (lei sì…) madre/nonna abruzzese.

Sono otto anni che me lo sento ripetere, dalla suocera, dal pediatra, dalla signora al mercato, che i bambini si portano in spiaggia dalle otto alle dieci, massimo le undici, e poi “Via! Di corsa a casa!” (che poi non ho mai capito perché proprio di corsa, col sole a picco delle undici, ci si dovesse tornare a casa… da prendersi un colpo di calore). Da mia mamma no, ma solo perché lei al mare sono anni che non ci va più, e quindi il triccheballacche marino se l’è bell’e che scordato da un pezzo.

Neanche quest’anno ci sono riuscita. Eppure ho un problemino di salute per cui IO non ci posso stare al sole (figuriamoci dalle dieci alle quattro del pomeriggio…). In spiaggia ci arriviamo giusto giust0 per le undici, minuto più minuto meno, quasi una beffa del destino, col risultato che sono costretta a rimpiattarmi sotto l’ombrellone, tutta imbacuccata in cappelli a larghe falde e bianchi camicioni, una via di mezzo fra una massaia calabrese dell’ottocento e una romantica signora inglese.

E così quelli che non solo predicano la spiaggia dalle otto alle dieci, ma che pure riescono a praticarla, non li sopporto. Quelle mamme tutte precise che alle otto con tre figli sono già vestite incremate i figli incremati vestiti e tutti via che corrono verso il lido semi-deserto.
Lo so che è un sentimento infantile, che me ne potrei fregare: in fondo a quell’ora l’acqua è gelida, si muore di sonno, e se avessero un super-io meno stronzo si godrebbero, come me, un’ora di crogiolamento in più. E lo farebbero godere pure ai figli, ai quali mica fa schifo non essere svegliati dalla fanfara dei carabinieri, almeno d’estate. E se pure a loro piace andare in spiaggia alle otto, a me no, e tanto basta. Sono consapevole di tutto, ma non posso fare a meno di provare un sentimento malevolo nei loro confronti. Alimentato dal senso di colpa materno e dalla semplice domanda: ma come faranno?

E così stasera ho assaporato il sottile gusto della vendetta.  La povera vittima è stata la cugina di mio marito, che, manco a dirlo, porta tutte le mattine al mare la bambina alle otto
… 
E poi, alle dieci, “Via! Di corsa a casa!”.

La bambina ha otto mesi, e questo fornisce una parziale scusante a cotanta materna perfezione. Però… però… parlando così del più e del meno, salta fuori che la piccola non ama stare seduta, e che quindi i trasbordi in macchina avvengono fra le (apparentemente) amorevoli braccia della mamma. Il mio commento non poteva essere più laconico: “Ah…”
“Perché?”, domanda la malcapitata calando di un’ottava il tono della voce “Tu riuscivi a tenerli nel seggiolino? Non piangevano come disperati?” 
“Certo che piangevano, ma non ho mai ceduto, nemmeno nei viaggi lunghi. Sarà perché una volta ho visto un documentario su cosa può succedere in un banale tamponamento a bassa velocità, a un bambino non legato.”

Come recitava una campagna promossa nella nostra regione alcuni anni fa “Coccole baci e carezze, si… ma il seggiolino?”

La voce della verità

disegno_mammaLa mia mamma è buona e paziente, ha i capelli castani e gli occhi marroni.
È molto gentile anche se brontola un po’.
Studia sempre, perché è una professoressa. 
È un po’ grassotta e in questi giorni ha sempre il mal di testa.
È un po’ bassa.

 

 Non ho mai scritto dei miei figli, ma questo era un bilancio dell’ultimo anno così imparziale, a parte qualche complimento immeritato, che non ho potuto fare a meno di trascriverlo.