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Testamento biologico, meglio prima…

Sono appena stata ad un incontro sul testamento biologico promosso dall’associazione LiberiDiDecidere di Firenze.

È bene sapere che che chi vuole che le proprie volontà siano rispettate faccia ora testamento biologico, prima che la legge sia approvata definitivamente dal Parlamento.

Perché adesso una legge specifica non c’è, ma c’è la legge 145 del 28 marzo 2001, che ratifica la validità, anche per l’italia, della convenzione di Oviedo.

La convenzione di Oviedo prevede che:

Articolo 5 – Regola generale

Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato.

Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi.

La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso.

Articolo 6 – Protezione delle persone che non hanno la capacità di dare consenso

1. Sotto riserva degli articoli 17 e 20, un intervento non può essere effettuato su una persona che non ha capacità di dare consenso, se non per un diretto beneficio della stessa.

2. Quando, secondo la legge, un minore non ha la capacità di dare consenso a un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge.

Il parere di un minore è preso in considerazione come un fattore sempre più determinante, in funzione della sua età e del suo grado di maturità.

3. Allorquando, secondo la legge, un maggiorenne, a causa di un handicap mentale, di una malattia o per un motivo similare, non ha la capacità di dare consenso ad un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge. La persona interessata deve nei limiti del possibile essere associata alla procedura di autorizzazione.

ma soprattutto

Articolo 9 – Desideri precedentemente espressi

I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione.

La legge italiana attuale prevede che se uno dichiara le proprie volontà, poi quelle volontà dovranno essere tenute in considerazione.

Quindi un testamento biologico redatto prima dell’entrata in vigore della legge Calabrò può essere utilizzato, in caso di necessità, in modo più efficace, in termini legali, di uno redatto eventualmente dopo.

Per il resto, non tutto è perduto.

Sulla legge ci sono pesanti dubbi di incostituzionalità, che verranno sicuramente sollevati se la legge venisse approvata anche dalla Camera.

Per dare maggior forza a chi si batte per far sì che gli elementari diritti individuali, diritti che appartengono a tutti, siano rispettati si può anche trasmettere il proprio testamento biologico a quelle associazioni che li stanno raccogliendo, come l’associazione Luca Coscioni e l’associazione A Buon Diritto.

Libera Chiesa in povero Stato

La maggioranza che governa questo paese non lo vuole il testamento biologico, ma sa che la maggioranza degli italiani lo vorrebbe. Un  pasticcio! Mi correggo, a loro (quelli che hanno votato sta schifezza di legge) non frega niente del testamento biologico, solo che hanno da pagare pegno a Sua Santità.

Allora fanno sta legge che fa schifo da qualunque lato la si guardi, ed è pure incostituzionale.

Se la legge viene approvata, Sua Santità è contento, e continua a parlare bene del governo per altri sei mesi (salvo chiedere ogni tanto qualche regalia come l’obolo per le scuole paritarie, ma che volete, sono bazzecole!).

Se qualcuno solleva questioni di costituzionalità, la questione si insabbia, pian piano non ne parlerà più nessuno, come non ne parlava quasi nessuno prima della vicenda Englaro. Così Sua Santità è contento lo stesso perché il testamento biologico in Italia non c’è, e continuerà a parlare bene del governo.

Perché poi, alla fin fine, pure a Sua Santità non frega granché del testamento biologico, lo sa anche lui che anche il precedente Sua Santità aveva chiesto alla fine che lo lasciassero morire in pace, però è una questione di potere: se passa una legge decente sul testamento biologico, è una vittoria del fronte laicità dello stato, uno smacco intollerabile alle continue ingerenze della chiesa nella vita politica italiana; se invece in Italia il testamento biologico non c’è, il tasso di ingerenza della chiesa nella vita politica italiana non scende sotto i livelli di guardia e Sua Santità dorme sogni tranquilli, oltre che santissimi ovviamente.

A me più che problemi di coscienza sembrano bieche questioni di forza.

Sulla pelle di noi cittadini, è proprio il caso di dirlo.

Per il libero arbitrio

Fioccano articoli e appelli sulla questione del testamento biologico.

Da Micromega, eminenti giuristi , filosofi, uomini politici e di cultura.

Ho letto molti interventi, che segnalano l’assurdo giuridico, e l’orrore politicio di uno Stato che vuole sostituirsi al libero arbitrio del cittadino in una questione che riguarda la vita di ciascun cittadino, preso come individuo e non come collettività. Tutti contro la proposta di legge del PDL, ma anche contro le soluzioni compromissorie (dove il compromesso è più con le varie anime del partito, che con la maggioranza…) del PD.

Mi sta prendendo un senso di smarrimento per quello che accade nel paese, e penso che sia importante dire la propria, prendere posizione. Anche perché i 17 anni di calvario della famiglia Englaro  non siano stati inutili.

E così ho messo un banner nel blog.

Cara libertà

Il Manifesto Ho cominciato a leggere Il Manifesto nel 1989, ai tempi di Tien An Men. Prima ero il paradigma del disimpegno liceale degli anni ’80.
Mi c’è voluto un po’ per capire gli editoriali di Rossana Rossanda, ma non me ne perdevo uno lo stesso. Quelli di Pintor li capivi subito, arrivano dritti, e in contemporanea, alla testa al cuore e alla pancia.

Sono passati quasi vent’anni, io sono più acciaccata, le mie speranze sono meno brillanti, ma Il Manifesto continua ad arrivare a casa nostra tutti i giorni, anche se c’è meno tempo per coltivare il cervello di allora e ci sono giorni che ci butto giusto un occhio. Il Manifesto non lo abbandonerò mai.

Ma c’è il rischio che sia lui ad abbandonare me. Perché il mio giornale non ha soldi.

Oddio, spesso il mio giornale si è trovato senza soldi, ma questa volta sembra peggio. C’è la crisi della carta stampata, c’è il governo che vara leggi inique contro la libertà d’informazione.

Senza Il Manifesto la mia vita sarebbe un po’ meno libera.

Domani Il Manifesto sarà in edicola a 50 euro. È un pacco di soldi. È il mio regalo di Natale. Regalatevelo anche voi.

Più consapevolezza, meno progettualità

Un collega che si è trasferito qui da poco, e ha lasciato nella sua città la compagna e il figlio appena nato, mi ferma oggi perché ha chiaramente bisogno di sfogarsi.

Lo ascolto esprimere le sue preoccupazioni. La compagna sta traccheggiando a trasferirsi anche lei qui, chissà se le piacerà la casa che lui ha preso, per lei è difficile trovarsi in una città che non conosce con un bambino piccolo, come farà a costruirsi la sua strada…

Tutte preoccupazioni lecite, comprensibilissime. Ma nei suoi occhi preoccupati leggo altro, leggo l’ansia di aver ipotecato il futuro della compagna, il suo progetto di vita, il sentirsi addosso la responsabilità di aver scelto per tutti e due.

Tecnicamente è stato così. Scaduto il suo contratto a progetto nella città dove abitavano, lui ha trovato lavoro qui, nel frattempo è arrivato un figlio.

È difficile per una donna trovare un lavoro, soprattutto se ha dei figli piccoli. All’inizio i lavori sono precari, e se mancano le reti di supporto familiare finisce che spesso quei lavori li perde, perché c’è l’inserimento al nido, e poi oggi il bambino si ammala, magari fra una settimana è di nuovo a casa per le vacanze di Pasqua. Chi ci sta a casa con quel bambino? Un po’ la madre un po’ il padre. Magari una settimana vengono su i nonni. Ma alla fine chi è professionalmente più fragile è a forte rischio di rimanere a piedi. 
E questo è un dato oggettivo. E insopportabile. Che racconta di una società precaria ma non elastica, in cui manca totalmente quella flessibilità di cui avrebbero bisogno le persone per mettere assieme i diversi pezzi delle proprie vite.

Ma continuo a sentire una nota stonata. La nota stonata è che in queste narrazioni manca sempre più il noi e prevale l’io. A livello macro, come a livello micro. Anche nella vita quotidiana delle persone.

Ormai quasi nessuno riesce ad evitare di porsi degli obiettivi individuali. Sembra che non sia più dignitoso vivere, certo con impegno e serietà, ma nella consapevolezza che la stragrande maggioranza delle scelte che faremo non saranno scelte ma occasioni colte o non colte, che spesso i sentieri, per quanto tortuosi, saranno obbligati. Ognuno crede davvero di essere faber fortunae suae in tutto e per tutto.
Diventa molto difficile inserire un altro essere umano in questo complesso puzzle di volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Un altro che a sua volta avrà volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Figuriamoci poi molti altri.

Il peso delle nostre scelte diventa a volte insopportabile, perché su quella scelta pesano anche tutte le possibili implicazioni che potrà avere sul nostro destino e su quello delle persone che ne saranno coinvolte. È troppo.

I progetti di vita, che si presentano come armi per la liberazione e l’auto-affermazione, mi sembrano sempre più gabbie che ci impediscono di vivere quel mix di consapevolezza e leggerezza che solo può far apprezzare ciò che stiamo vivendo adesso, assieme a chi lo vive con noi. Ci impediscono di guardare il mondo per quello che è, e non per le sue potenzialità, alla fien ci tolgono la libertà.

Se c’è una parola che non sopporto più è progetto.