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In spiaggia dalle otto alle dieci si, ma il seggiolino?

Non ci sono mai riuscita. Nemmeno quando avevo una figlia sola. Nemmeno a casa da mia suocera, che ci accudisce come una perfetta (lei sì…) madre/nonna abruzzese.

Sono otto anni che me lo sento ripetere, dalla suocera, dal pediatra, dalla signora al mercato, che i bambini si portano in spiaggia dalle otto alle dieci, massimo le undici, e poi “Via! Di corsa a casa!” (che poi non ho mai capito perché proprio di corsa, col sole a picco delle undici, ci si dovesse tornare a casa… da prendersi un colpo di calore). Da mia mamma no, ma solo perché lei al mare sono anni che non ci va più, e quindi il triccheballacche marino se l’è bell’e che scordato da un pezzo.

Neanche quest’anno ci sono riuscita. Eppure ho un problemino di salute per cui IO non ci posso stare al sole (figuriamoci dalle dieci alle quattro del pomeriggio…). In spiaggia ci arriviamo giusto giust0 per le undici, minuto più minuto meno, quasi una beffa del destino, col risultato che sono costretta a rimpiattarmi sotto l’ombrellone, tutta imbacuccata in cappelli a larghe falde e bianchi camicioni, una via di mezzo fra una massaia calabrese dell’ottocento e una romantica signora inglese.

E così quelli che non solo predicano la spiaggia dalle otto alle dieci, ma che pure riescono a praticarla, non li sopporto. Quelle mamme tutte precise che alle otto con tre figli sono già vestite incremate i figli incremati vestiti e tutti via che corrono verso il lido semi-deserto.
Lo so che è un sentimento infantile, che me ne potrei fregare: in fondo a quell’ora l’acqua è gelida, si muore di sonno, e se avessero un super-io meno stronzo si godrebbero, come me, un’ora di crogiolamento in più. E lo farebbero godere pure ai figli, ai quali mica fa schifo non essere svegliati dalla fanfara dei carabinieri, almeno d’estate. E se pure a loro piace andare in spiaggia alle otto, a me no, e tanto basta. Sono consapevole di tutto, ma non posso fare a meno di provare un sentimento malevolo nei loro confronti. Alimentato dal senso di colpa materno e dalla semplice domanda: ma come faranno?

E così stasera ho assaporato il sottile gusto della vendetta.  La povera vittima è stata la cugina di mio marito, che, manco a dirlo, porta tutte le mattine al mare la bambina alle otto
… 
E poi, alle dieci, “Via! Di corsa a casa!”.

La bambina ha otto mesi, e questo fornisce una parziale scusante a cotanta materna perfezione. Però… però… parlando così del più e del meno, salta fuori che la piccola non ama stare seduta, e che quindi i trasbordi in macchina avvengono fra le (apparentemente) amorevoli braccia della mamma. Il mio commento non poteva essere più laconico: “Ah…”
“Perché?”, domanda la malcapitata calando di un’ottava il tono della voce “Tu riuscivi a tenerli nel seggiolino? Non piangevano come disperati?” 
“Certo che piangevano, ma non ho mai ceduto, nemmeno nei viaggi lunghi. Sarà perché una volta ho visto un documentario su cosa può succedere in un banale tamponamento a bassa velocità, a un bambino non legato.”

Come recitava una campagna promossa nella nostra regione alcuni anni fa “Coccole baci e carezze, si… ma il seggiolino?”

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Più consapevolezza, meno progettualità

Un collega che si è trasferito qui da poco, e ha lasciato nella sua città la compagna e il figlio appena nato, mi ferma oggi perché ha chiaramente bisogno di sfogarsi.

Lo ascolto esprimere le sue preoccupazioni. La compagna sta traccheggiando a trasferirsi anche lei qui, chissà se le piacerà la casa che lui ha preso, per lei è difficile trovarsi in una città che non conosce con un bambino piccolo, come farà a costruirsi la sua strada…

Tutte preoccupazioni lecite, comprensibilissime. Ma nei suoi occhi preoccupati leggo altro, leggo l’ansia di aver ipotecato il futuro della compagna, il suo progetto di vita, il sentirsi addosso la responsabilità di aver scelto per tutti e due.

Tecnicamente è stato così. Scaduto il suo contratto a progetto nella città dove abitavano, lui ha trovato lavoro qui, nel frattempo è arrivato un figlio.

È difficile per una donna trovare un lavoro, soprattutto se ha dei figli piccoli. All’inizio i lavori sono precari, e se mancano le reti di supporto familiare finisce che spesso quei lavori li perde, perché c’è l’inserimento al nido, e poi oggi il bambino si ammala, magari fra una settimana è di nuovo a casa per le vacanze di Pasqua. Chi ci sta a casa con quel bambino? Un po’ la madre un po’ il padre. Magari una settimana vengono su i nonni. Ma alla fine chi è professionalmente più fragile è a forte rischio di rimanere a piedi. 
E questo è un dato oggettivo. E insopportabile. Che racconta di una società precaria ma non elastica, in cui manca totalmente quella flessibilità di cui avrebbero bisogno le persone per mettere assieme i diversi pezzi delle proprie vite.

Ma continuo a sentire una nota stonata. La nota stonata è che in queste narrazioni manca sempre più il noi e prevale l’io. A livello macro, come a livello micro. Anche nella vita quotidiana delle persone.

Ormai quasi nessuno riesce ad evitare di porsi degli obiettivi individuali. Sembra che non sia più dignitoso vivere, certo con impegno e serietà, ma nella consapevolezza che la stragrande maggioranza delle scelte che faremo non saranno scelte ma occasioni colte o non colte, che spesso i sentieri, per quanto tortuosi, saranno obbligati. Ognuno crede davvero di essere faber fortunae suae in tutto e per tutto.
Diventa molto difficile inserire un altro essere umano in questo complesso puzzle di volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Un altro che a sua volta avrà volontà, aspirazioni, obiettivi, progetti. Figuriamoci poi molti altri.

Il peso delle nostre scelte diventa a volte insopportabile, perché su quella scelta pesano anche tutte le possibili implicazioni che potrà avere sul nostro destino e su quello delle persone che ne saranno coinvolte. È troppo.

I progetti di vita, che si presentano come armi per la liberazione e l’auto-affermazione, mi sembrano sempre più gabbie che ci impediscono di vivere quel mix di consapevolezza e leggerezza che solo può far apprezzare ciò che stiamo vivendo adesso, assieme a chi lo vive con noi. Ci impediscono di guardare il mondo per quello che è, e non per le sue potenzialità, alla fien ci tolgono la libertà.

Se c’è una parola che non sopporto più è progetto.